Qualcuno cantava che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano e, nel corso della propria esistenza, ciascun essere umano prova sulla sua pelle quanto questa considerazione sia vera e quanto in realtà non si riferisca solo alla sfera sentimentale. Nel caso di Gabriele Salvatores, ad esempio, l’amore immenso che ritorna è quello che lega il regista a Comedians, opera firmata da Trevor Griffiths a metà degli anni Settanta. Un amore che Salvatores ha scelto sin da subito di condividere con il pubblico: nel 1985 lo portò al Teatro dell’Elfo di Milano, due anni dopo lo omaggiò con Kamikazen – Ultima notte a Milano ed ora, a distanza di oltre trent’anni, lo trasferisce sul grande schermo con Comedians. Nei primi due casi, Salvatores coinvolse un gruppo di attori esordienti, divenuti poi dei punti di riferimento nella sfera comica ed interpretativa italiana, tra cui Claudio Bisio, Antonio Catania e Paolo Rossi. Nel caso di Comedians, invece, sceglie di affidarsi ad un gruppo di comici di popolarità eterogenea che comprende Ale e Franz, Natalino Balasso, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Vincenzo Zampa ed il “suo” Giulio Pranno, già acclamato al suo esordio in Tutto il mio folle amore, sempre per la regia di Salvatores. A partecipare al film, inoltre, sono anche Christian De Sica ed Elena Callegari.

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Nelle sale a partire dal 10 giugno, Comedians torna così a far vivere l’opera di Griffiths, sviando gli ostacoli dovuti alle restrizioni anti-Covid grazie alla possibilità di girare tutto all’interno di una singola stanza. L’opera inizia con una pioggia battente che taglia la luce emessa dall’insegna luminosa che riporta il nome del film e dello spettacolo intorno al quale gira l’intero film. Si tratta dell’unica fonte di luce poiché, per il resto, la zona è piuttosto deserta e gli unici esseri viventi a trovarsi lì sono coloro che non hanno un tetto sotto il quale proteggersi, ovvero un cane randagio ed un vagabondo. Sono loro a rappresentare il livello più basso della piramide sociale. Gabriele Salvatores procede per gradi ascendenti e ben presto il pubblico inizia a conoscere, uno dietro l’altro, i protagonisti di Comedians, vedendoli entrare di corsa, chi prima e chi dopo, nell’aula di scuola in cui si svolgerà la maggior parte del film. Non passa molto tempo prima che gli spettatori inizino a percepire il disagio esistenziale che attanaglia quel gruppo di uomini, alcuni dei quali, come dimostreranno più tardi, sarebbero pronti a tutto pur di lasciarsi alle spalle un’esistenza che considerano miserabile. L’ambientazione unica porta poi il pubblico a concentrarsi sui dialoghi tra i protagonisti e sui loro sguardi, dai quali emerge tutta la tensione e la voglia di emergere sugli altri.


Al centro di tutto c’è il tema della comicità: l’opera di Griffiths lo analizza e porta a galla ogni sua sfumatura. Ad oltre trent’anni di distanza, viene spontaneo fare confronti e capire quanto sia cambiata la comicità con il passare del tempo e con lei i bisogni di chi gode dell’operato dei comici. Un film “non comico ma SUL comico”, che ne descrive i punti deboli ma ne sottolinea soprattutto la missione: aiutare gli spettatori ad andare avanti, a capire che gran parte della realtà che vive quotidianamente lo accomuna a milioni di altre persone, per cui tanto vale sdrammatizzare ciò che provoca così tante insicurezze e nevrosi. Deve altresì illuminare la coscienza della gente, ricordare quali sono i limiti da non oltrepassare per non rischiare di offendere la sensibilità di qualcuno, senza nascondersi sempre e comunque dietro una fantomatica libertà di espressione e di pensiero. Allo stesso tempo, invita a non porre limiti lì dove non è necessario, poiché altrimenti si rischia di ottenere l’effetto contrario e quindi di ridicolizzare battaglie nobili e più che legittime.

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Il ritmo di Comedians procede con un crescendo emotivo che viene scandito anche dal countdown che ricorda al pubblico quanto tempo separa i sei comici dall’inizio dello spettacolo e accresce così la tensione e la curiosità di scoprire chi di loro rimarrà fedele a se stesso e chi no, chi riuscirà a lasciare ai piedi del palco i propri problemi e chi si lascerà invece sopraffare da ansie ed insicurezze. Alla fine, le poltrone del cinema corrispondono alle sedie poste di fronte al palco della serata di cabaret: gli attori alternano battute innocenti ad altre più provocatorie, con riferimenti ad una o più minoranze, e questo spinge gli spettatori a chiedersi se sia giusto ridere di determinate battute, restituendo così al comico in questione una sorta di approvazione. Un tema più attuale che mai, tanto quanto quello del politicamente corretto e della cosiddetta cancel culture, con cui inevitabilmente la comicità si intreccia ogni anno di più. Tutti, in fondo, dimostrano di essere disposti a mettere da parte i propri principi ed i propri ideali pur di compiacere il prossimo, che questo equivalga al barista sotto casa o all’intera platea di un teatro.
In definitiva, Comedians appare come un imbuto all’interno del quale viene inserito un forse esagerato numero di freddure, barzellette e battute, difficili da elaborare proprio per la velocità con la quale vengono pronunciate dagli attori. A queste si aggiungono anche le insicurezze dei protagonisti, degli uomini e della società in generale. Per questo motivo, una volta amalgamati gli ingredienti, il calderone restituisce il riflesso più drammatico e oscuro dell’opera. Il pubblico si ritrova così ad ascoltare due correnti di pensiero e le tesi sostenute da Natalino Balasso e Christian De Sica, a scegliere da quale parte schierarsi e soprattutto a tentare di rispondere all’amletico dubbio: la risata, in fondo, è il fine o il mezzo per raggiungere un obiettivo più elevato? Di certo Salvatores, con Comedians, dispone sul tavolo le carte necessarie per trovare la risposta e per farlo si distacca dallo spirito che ha contraddistinto le sue opere più recenti, offrendo al pubblico un film non semplice da elaborare ma comunque meritevole di essere visionato e discusso, in quanto frutto dell’amore che dopo un giro immenso torna a legare due menti illuminate come quelle del regista premio Oscar e di Trevor Griffiths.

Patrizia Monaco

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