Gli spettatori che hanno visto molti film e se ne intendono davvero di cinema condividono più o meno la stessa visione di una pellicola, la cosa che li differenzia sono le sfumature emozionali date dalla sensibilità. Difficile non riconoscere all’unanimità ne Il talento del calabrone un enorme “vorrei ma non posso”, un tentativo tricolore notevole ma rovinato principalmente dalla regia – che abbandona completamente attori e personaggi – e dalla sceneggiatura che, giostrata diversamente, a volte riesce a farci credere nell’inverosimile più totale ed appassionarci come ragazzini. Un esempio stupido: crediamo davvero che Marty McFly possa tornare indietro nel tempo a bordo di un’automobile ma vedendo questo film progressivamente non riusciamo a digerire nemmeno le cose più possibili e fattibili che vengono raccontate e rappresentate.

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Il talento del calabrone trama

Milano. Steph (Richelmy) è un giovane DJ radiofonico sulla cresta dell’onda, molto popolare sui social media. Ogni sera conduce un programma radiofonico con un forte seguito durante il quale riceve chiamate dai fan. Una sera però, una telefonata lo raggela: uno sconosciuto dal sangue freddo annuncia in diretta di volersi togliere la vita facendosi esplodere nel centro della città. Steph cerca di gestire la situazione: l’attentatore vuole che il DJ lo intrattenga in diretta. L’uomo, che si fa chiamare Carlo (Castellitto), sfida Steph in un duello di resistenza mentale. Nel frattempo, il nucleo investigativo dei Carabinieri guidato dalla risoluta Tenente Colonnello Rosa Amedei (Foglietta) si mette sulle tracce del terrorista e scopre che il piano dell’uomo è molto più complesso di quanto lui stesso voglia mostrare: egli è dotato di un’intelligenza superiore, capace di mettere in scacco un’intera città con una sola, semplice telefonata.

Die Hard III (Duri a morire) mescolato con In linea con l’assassino e una spruzzata di altri thriller statunitensi?

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Il Talento del calabrone recensione

Sempre a proposito della regia, Lorenzo Richelmy – bravo negli ironici action Una vita spericolata e Dolceroma – qui recita davvero male il suo personaggio, per quasi tutto il film. Sin dall’inizio è il DJ più moscio e monocorde mai ascoltato (se nella prima scena fosse stato particolarmente vispo il contrasto avrebbe giovato moltissimo nel momento in cui la storia diventa thriller) e in un mestiere che vive d’improvvisazione pare avere il copione davanti e sapere precisamente quel che succederà un attimo dopo. Anna Foglietta è completamente fuori parte e le sue battute sono tra le più difficili da rendere efficaci: lasciata allo sbaraglio dal regista fa quel che può ma non risulta credibile, con l’aggravante che ha un personaggio che più degli altri vorrebbe uscire da un film americano ma rasenta a volte il ridicolo (apice con la fondina della pistola sull’abito da sera). Sergio Castellitto è l’unico che si salva sfoderando l’esperienza di chi la recitazione l’ha studiata davvero e ci ha costruito una brillante carriera. Un velo pietoso su tutti gli altri comprimari (eccetto Gianluca Gobbi, il regista radiofonico che fu Paolo Villaggio in De Andrè – Principe Libero) che recitano davvero come dei principianti del teatrino di periferia, in particolare le donne.

Come spesso accade il film ha una confezione più che dignitosa: scenografia, fotografia (coi colori alla film di Refn, richiamato anche nel giubotto del DJ), i più bei droni mai visti sulla Milano by night (il tutto che confluisce nell’efficace trailer che vedete qui sotto) ma come spesso accade un audio con battute poco udibili. Ma è il missaggio audio che non sappiamo fare, sono i fonici bravi che mancano in Italia o è semplicemente il regista che dice “buona” anche quando gli attori sbiascicano o sussurrano perchè lui le battute le conosce a memoria?!

SPOILER: Lorenzo Richelmy , il personaggio del DJ, ha attualmente 30 anni. Se anche nel film interpretasse un venticinquenne la storia di questa vendetta si svolge dieci anni dopo il suicidio del figlio sedicenne di Carlo/Castellitto. Perchè? Perchè la vendetta è un piatto che va servito freddo? Perchè prima Steph non era famoso e nonostante Carlo sia una sorta di genio non è mai riuscito a rintracciarlo? Perchè il padre del suicida ci ha messo dieci anni ad orchestrare il suo piano criminale? Parliamone poi di questo piano criminale. Il film ci fa pensare che l’uomo abbia agito completamente da solo. Quindi ha costruito un cantiere all’ultimo piano del palazzo, ha utilizzato ogni sorta di tecnologia compresa la retroproiezione (oggi si chiama StageCraft ed è utilizzata in The Mandalorian, spin-off di Star Wars) e ha trasportato in cima al grattacielo una Fiat Panda? E rimanendo sul tema di quest’auto del 2005, viene liquidata come “la vettura più diffusa in Italia” ma vogliamo credere davvero che nel centro di Milano nel 2020 girino centinaia di vecchie Panda? E che le forze dell’odine non facciano partire almeno un elicottero per la ricerca? Di domande del genere nel film ce ne possiamo fare a iosa; i dubbi si sommano alle banalità e alle prevedibilità, ad esempio era ovvio che il personaggio di Castellitto non avesse scelto quel DJ per caso ma che i due avessero un qualche legame nel passato. In modo da sfruttare, un po’ forzatamente, la tematica del bullismo, shakerata con la follia dei numeri dei social e degli attentati terroristici kamikaze degli ultimi anni.

E’ superfluo dilungarsi: l’idea di partenza poteva essere accattivante per i produttori, anche a livello produttivo (tre personaggi principali e solo due location) ma la resa non è stata all’altezza. Purtroppo è proprio il caso di colpevolizzare un regista inesperto (Giacomo Cimini) e sicuramente di poco polso coi suoi attori, che ha scritto la sceneggiatura (insieme allo sconosciuto Lorenzo Collalti) pensando di avere in mano nel finale una serie di incredibili colpi di scena che invece sono in-credibili e rovinano anche quel poco di tensione drammatica creata da alcuni dialoghi e monologhi meglio riusciti.

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