Presentato in anteprima alla scorsa Festa del Cinema di Roma L’agnello è l’opera prima di Mario Piredda – vincitore del David di Donatello 2017 per il corto A casa mia – che lo definisce un “dramma punk agropastorale”.

Nonostante al centro del film ci sia una terribile malattia L’agnello regala diversi sorrisi e qualche risata, stemperando il dramma con il singolare modo di reagire dei personaggi, alleviando così l’angoscia e la tristezza dei cosidetti sick movies (vedi anche il lodevole 18 regali). Il racconto si svolge in Sardegna e pur avendo il merito di raccontare una realtà territoriale specifica – l’attività invadente delle basi NATO – riesce ugualmente a non essere “un film sardo” bensì un’opera universale che potrebbe aver luogo ovunque (anche la lingua, sottotitolata, è usata per lo stretto necessario). La morte fa parte della vita e lo si vede sin dalla prima scena ma Mario Piredda (che ha scritto la sceneggiatura con Giovanni Galavotti, la quale ha ricevuto recentemente il premio Suso Cecchi D’Amico) rifugge ogni possibile patetismo grazie al sapiente dosaggio tra umorismo e dramma, un’onda emotiva ben calibrata tra leggerezza e durezza. L’agnello è la storia di un affettuoso rapporto tra una figlia e un padre – il quale ha sempre vissuto in conflitto con il fratello – e della loro reazione di fronte al pericolo che tutto ciò venga irrimediabilmente a mancare. Lo sconforto rimane quasi sempre fuori campo e gli altri episodi problematici che accadono (no spoiler) diventano poca cosa grazie all’ironia a volte cinica dei personaggi, perfettamente spontanei e che hanno come punta di diamante l’esordiente Nora Stassi (una menzione d’onore ad Alice nella città) che è calata perfettamente nella pellicola con un ruolo da non dimenticare e per il quale le si augura tanta fortuna. L’adolescente Anita, che vive apparentemente senza regole, è un personaggio femminile memorabile nel panorama del recente cinema italiano, che tende a stereotipare o catalogare quest’età della vita così delicata. Molto probabilmente l’agnello della similitudine metaforica – il primo “sacrificio” fu quello della madre della ragazza – non è suo padre ma Anita stessa, che si compara più di una volta all’animale (“Anche mia madre è morta ma io mangio”).

Il senso della misura del regista, tra silenzi e parole (alcune ripetute spesso come l’ironico giudizio “bravo”), lo si nota anche nell’utilizzo delle poche musiche (che fanno contrasto col frastuono della batteria e della discoteca), degli spazi (il ponte interrotto) e delle scenografie (in particolare l’ospedale) e naturalmente con la fotografia di Fabrizio La Palombara che alterna bagliore e buio, piani lunghissimi e piani stretti, luce diurna e notturna, sole e pioggia, alba e tramonto. C’è tempo anche per un flebile amore solo sfiorato sulle note di una canzone d’autore francese, che sfugge un po’ alla realtà. Un altro ottimo film italiano (vedi la recensione di Favolacce) che arriva dalla splendida Sardegna come Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius (uno dei migliori film italiani del 2018). Sotto la sua scorza delicata L’Agnello è un film duro e disperato, al pari di una morbida spugna che può essere letale, come raccontato in uno dei dialoghi. Un film che per alcune tipologie di spettatori può risultare poco digeribile ma che rappresenta innegabilmente un ottimo esordio cinematografico. E per Il Sorpasso – che lo ha già visto due volte – è stato un colpo di fulmine.

Dario Magnolo

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