Aldo Fittante, ex direttore di Film TV, ha recensito Hammamet, il film di Gianni Amelio con Pierfrancesco Favino che interpreta Bettino Craxi

 

Nessun pamphlet, e la cronaca è romanzata. Il nome di Craxi non c’è e Favino si fa chiamare «il Presidente». La figlia Stefania diventa Anita, in onore dell’amato (da Bettino) Garibaldi e dell’ostinata tenacia della giovane nel difendere, proteggere, curare il padre. Tutto l’opposto di Bobo, che canta con la chitarra Piazza Grande di Dalla durante l’ultima Pasqua consumata insieme. Non è nelle corde di Amelio raccontare la cronaca, non è Bellocchio e non è Rosi, non è Lizzani, tanto meno Paolo Benvenuti. Il regista calabrese è prima di tutto un cinefilo, accanito e puntiglioso e le sue opere sono già recensioni delle stesse. Le emozioni non sono il suo pane quotidiano, la presunzione è l’acqua in cui si abbevera, cattivo carattere un po’ come l’ex leader socialista, anche se la proposta originaria del produttore Saccà (dirigente Rai negli anni caldi del berlusconismo…) voleva un biopic su Cavour. Hammamet ha il merito di rompere un muro di silenzio e il torto di affidarsi a scaltri escamotage drammaturgici per non dire – a chiare lettere – quello che molti pensano (e io sono tra questi) e pochissimi hanno il coraggio di rilanciare e cioè che Mani Pulite è soprattutto quell’inchiesta che portò al suicidio 41 persone, dando in pasto il Paese ai populismi e a una Destra neofascista che mette i brividi. I socialisti rubavano e il tormentone (vidimato dal Grillo che diventerà quello che sappiamo durante un varietà del sabato sera) è pavidamente ricordato dal duo comico Olgese & Margiotta in uno dei troppi finali, questo di stampo felliniano. Le parole del condannato in contumacia sono registrate e mostrate al pubblico in un altro formato rispetto alla “fiction”, attraverso un personaggio antagonista che non è mai esistito (e interpretato, malissimo, da Luca Filippi). Craxi è morto – il film lo mostra sotto un albero del giardino della vera villa di Hammamet, prestata senza remore dalla famiglia, come Leo Dalcò in Novecento e Bertolucci secondo il cinema rimane per me ancora oggi la “cosa” migliore dell’autore di Lamerica – il 19 gennaio 2000 e molti lo andranno a vedere perché mancano, nell’immaginario, molti pezzi. Ma chi non conosce bene quel periodo capirà assai poco. Lo storico «No!» urlato agli americani a Sigonella viene ricostruito dal nonno Bettino su una spiaggia a favore del nipote, che s’aggira per la tenuta con tanto di cappello garibaldino. L’altrettanto celebre 45° Congresso del Psi nell’ex Ansaldo consolida l’incapacità del nostro cinema nelle scene di massa (la staticità è imbarazzante), senza restituire l’atmosfera milanese di quegli anni. Milano, appunto, cuore del craxismo, riappare in un altro finale sbirciata nelle guglie del Duomo, tra Rocco e i suoi fratelli e l’ultima apparizione di Antonutti. Favino, attore che non amo, è al massimo delle sue potenzialità, ma incastrato in un mimetismo che rimanda più ai film di Giuseppe Ferrara che a una performance da Oscar (5 ore di trucco esasperato non sono una virtù: vedi, per esempio, il Gian Maria Volonté di Il caso Mattei…). Amelio, nelle note informative, parla (da critico, non da regista) di «andamento thriller» e «King Lear», e di altre aspirazioni rimaste, purtroppo, sulla carta. Un pasticciaccio brutto, citazioni cinematografiche (Là dove scende il fiume, Secondo amore, Le catene della colpa) in omaggio alla passione per il cinema della moglie di Craxi, l’Internazionale rimaneggiato alla Piovani, camei e interpretazioni che lasciano il segno (Cederna e Carpentieri, ma è soprattutto Livia Rossi la lieta sorpresa), la luce di Il primo uomo, Ron e Caterina Caselli, l’immortale Bruno Vespa e una scena, venuta proprio male, che mostra un gruppo di turisti italiani con voglia di linciaggio in stile Raphaël Hotel. L’andamento è circolare, la bandiera del Partito Socialista Italiano rimane ammainata, e la fionda che apre e chiude rompe solo alcuni vetri, ma non colpisce al cuore.

Aldo Fittante su Facebook

 

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