Il film di Marco Bellocchio, unico italiano in concorso a Cannes, racconta una storia importante: tramite la figura del pentito Tommaso Buscetta attraversiamo una ventina d’anni di Storia d’Italia strettamente connessi a molte vicende – soprattuto omicidi – di Cosa Nostra.

Non stanca mai ripercorrere le pagine dolorose che molti di noi ricordano e riflettere sulla cronaca che ha come fulcro le figure di Falcone, Calò e Riina. Ma il film del regista piacentino – che quest’anno spegne 80 candeline – non ci ha convinti completamente. La storia è ben scritta in alcune parti, attingendo nei dialoghi a storiche dichiarazioni dei personaggi reali ma sbilanciata dal punto di vista narrativo. L’inizio è prolisso e la parte finale troppo sbrigativa. Il film decolla quando comincia il maxi-processo ma è già trascorsa quasi un’ora. Pierfrancesco Favino è bravo – e credibile come siciliano – ma non intenso come si desidererebbe (tra i due attori in competizione meglio Banderas premiato al festival per Dolor y Gloria). Le figure di contorno non sono tutte all’altezza del copione ma almeno è ottima, una volta tanto, la resa del dialetto siciliano, mortificato in innumerevoli pellicole. Il migliore del cast è senza dubbio Luigi Lo Cascio che ci regala una delle sue interpretazioni più incisive. Purtroppo non ha abbastanza spazio per donare qualcosa di più al film. Fortunatamente è ottima anche la scelta e la performance di Nicola Calì nei panni di Totò Riina ma in generale non è stato fatto un gran lavoro di casting che – come negarlo – non era affatto facile trattandosi di molti personaggi oltretutto realmente esistiti.

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Non ci ha entusiasmato nemmeno la fotografia, in formato 1:85, di Vladan Radovic (Smetto quando voglio, Anime nere, La pazza gioia) adatta più ad una Fiction TV che ad un film del genere (da notare, in particolare, la resa del grandangolo). A tratti persino la regia lascia a desiderare: scadenti e un po’ appiccicate alla trama le uniche scene visionarie/oniriche, nella stanza carceraria e sull’aereo (entrambe potevano essere tagliate senza nulla togliere). Ma a sfiorare addirittura il cattivo gusto è niente poco di meno che la raffigurazione della strage Capaci: un generico effetto sorpresa giocato più sulla spettacolarizzazione che sul realismo o la suspence. Un momento terribile della nostra Storia, e la terribile morte di un eroe dei nostri tempi, ricorda più la soggettiva di un videogioco che i tocchi di classe di grandi registi. Tutto ciò fa in modo che le emozioni che arrivano allo spettatore, quelle vere, escano dalle finestre degli schermi TV che trasmettono le immagini reali dei Tg dell’epoca e non dalla messa in scena. Tornando ai videogiochi, anche la scelta iniziale del “contatore di morti ammazzati” è infelice; per giunta ci avvisa parecchi secondi prima che qualcuno morirà.

Per esaurire le critiche, il film in certi momenti è ridondante e illustrativo, soprattuto in alcuni flashback che si potevano evitare, come quello del duplice omicidio dei figli del pentito, che viene prima raccontato e poi mostrato. Stessa cosa per il rapporto sessuale del giovane Buscetta consumato in carcere: perché svelarli a parole per poi mostrarli? Qual è la necessità di farci vedere delle scene che un attimo prima ci sono state raccontate coi dialoghi? La nostra delusione è frutto di questo andamento molto altalenante: pellicola da elogiare per i temi trattati ma senza grande entusiasmo. Un’altra di quelle ambiziose occasioni mancate del cinema italiano che però da un regista politico come Marco Bellocchio, con tale materia narrativa, non ci si aspettava affatto.

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Pierfrancesco Favino nei panni di Craxi sul set di Hammamet di Gianni Amelio