Che piaccia o no, che emozioni o no, perché non è detto che ci riesca […] Il Primo Re è un film rivoluzionario.

Carola Proto, Cooming Soon

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Matteo Rovere sul set dirige Apice e Borghi, Romolo e Remo

Era il film più atteso dell’anno, che aspettavamo per il 2018 e di cui si era parlato già tanto. Ecco cosa se ne dice ora, abbiamo voluto dare spazio alla critica cinematografica delle principali testate nazionali, a partire dall’oggetto filmico e dalla sua collocazione nel panorama cinematografico con le parole di Roy Menarini su Mymovies:

La domanda è questa: anche Il primo re è un peplum? Sinceramente, stupisce un po’ il discorso generale che circonda lo sforzo (encomiabile va detto subito) di Matteo Rovere, una riflessione cioè che tende a esaltare l’assoluta novità del progetto dentro il cinema italiano.

Se dal punto di vista produttivo è difficile discutere che si tratti di un “apax”, di un’operazione sorprendente e spiazzante, dal punto di vista dell’immaginario invece ci sembra abbia parentele piuttosto strette con quel passato del cinema italiano. In fondo, chi oggi riconosce a Rovere l’intelligenza di appoggiarsi a quel cinema internazionale a metà tra film epico e survival movie, citando Valhalla Rising o Revenant, non fa altro che confermare quell’arte del riciclaggio all’italiana cha ha fatto la nostra fortuna e che segna gran parte della creatività dei nostri generi (dove per riuso e appunto riciclaggio non si indica certo furbizia o plagio, bensì consapevolezza che il cinema e le industrie creative rimescolano e riassemblano per natura).  […] Qualche appassionato ha la sensazione di trovarsi di fronte al corrispettivo nazionale di Apocalypto e dell’epico-cruento caro ai titoli citati.

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La spinosa collocazione nel genere (Peplum? Epico? Storico? Action?) chiarifica quanto sia raro quest’oggetto filmico al punto che i titoli paragonati sono sempre quei tre in neretto qui sopra, con l’aggiunta de La Passione di Cristo di M. Gibson e The new world di T. Malick. Nessuno dice che Rovere, per sua ammissione, si è ispirato anche a Il Signore degli anelli e al mondo dei videogames. I punti focali sono:

  • Il genere del film, in stretta connessione con
  • l’unicità del progetto nel nostro sistema produttivo e l’entusiasmo provocato
  • l’eccellenza di tutti i reparti, dalla fotografia ai visual effects
  • Il cast convincente, in particolare Alessandro Borghi “superstar”
  • la scelta lungimirante, per realisticità e universalità, del protolatino con sottotitoli
  • la sceneggiatura che va a scemare, indebolendo la visione, in un finale sbrigativo

Leggendo le critiche che seguono l’impressione è che, al di là di facili entusiasmi per i primi cinque punti qui sopra, la maggioranza dei giornalisti e bloggers non sono pienamente soddisfatti del film, lo appoggiano ma ne riconoscono difetti e incompiutezze. Riguardo la sceneggiatura la nostra impressione è che dia al film una forma a imbuto, con un grande inizio, sontuoso e strabordante, un interessante primo atto e un’evoluzione che va a stringersi, ad accartocciarsi un po’ su se’ stessa, su temi non sviluppati pienamente e motivazioni e personaggi non completamente approfonditi.

Cominciamo da questa riflessione del curatore editoriale del fumetto  Dylan Dog, che noi de IlSorpasso condividiamo appieno.

Roberto Recchioni su Screenweek dichiara apertamente sin da principio:

Mi sono preso il mio tempo per recensire Il Primo Re di Matteo Rovere e l’ho fatto per due motivi.

Il primo è che non volevo che l’entusiasmo per un film italiano coraggioso sotto ogni punto di vista mi influenzasse troppo positivamente nel giudizio finale o che, al contrario, proprio per paura di lasciarmi prendere la mano in senso benevolo, non mi ritrovassi a essere troppo severo per dimostrare la mia onestà intellettuale. Il secondo motivo è che il film è meno facile di quanto si potrebbe pensare e ho avuto bisogno di vederlo due volte per sciogliere alcuni nodi che mi erano rimasti al termine della prima visione.

Anche Luca Liguori è dello stesso parere su Movieplayer:

Abbiamo riflettuto a lungo prima di scrivere questa recensione di Il primo re: film del genere, soprattutto in Italia, non capitano certo tutti i giorni, e capiamo la tentazione di lasciarsi andare a facili entusiasmi o giudizi fin troppo affrettati ed eclatanti.

Liguori continua affermando che il film

ha un grandissimo merito: quello di portare sullo schermo una storia che è veramente nostra nei temi, nel linguaggio e nei luoghi. […] l’impressione che si ha, guardando Il primo re, è quello di avere davanti innanzitutto un cinema giovane e dinamico, a dispetto di quello che racconta. Se il cinema di Gibson si rifaceva ai grandi kolossal della Hollywood dei tempi d’oro, è evidente invece che per Rovere il modello siano il Valhalla Rising di Refn o il Revenant – Redivivo di Iñarritu. E il risultato, con le dovute proporzioni di budget ovviamente, ci si avvicina a sufficienza: manca magari il fascino di terre lontane e visivamente ben più spettacolari, ma l’estetica sporca, la recitazione molto fisica e la messa in scena complessa e brutale colpiscono nel segno e ci fanno capire – di nuovo e, speriamo, una volta per tutte – che gli autori italiani sono pronti a fare un importante salto di qualità anche nel cinema di genere.

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Tornando a Recchioni, ci serviamo della sua voce per esprimere la nostra sensazione e quella di molta parte della critica:

Prima di andare avanti a tessere le lodi al film, sgomberiamo il campo da una questione: Il Primo Re non è un film perfetto in ogni sua parte.

Lo script ha qualche problema di pesi e se il primo atto è assolutamente trascinante e si conclude in maniera epica, la parte centrale del film (quando diventa una sorta di Macbeth dell’età del ferro) si dilunga troppo e appare più incerta nella direzione da prendere, facendoci arrivare un poco scarichi ad un finale che è già noto.

Arriva solo il 18 gennaio il giudizio de Gli spietati con le parole di Eddie Bertozzi :

L’ambizione de Il primo re non si limita all’epica del soggetto, ma si gioca soprattutto nelle scelte tecniche e formali messe in campo nel racconto. Rovere opta per una messa in scena non adrenalinica, in cui si privilegiano le soluzioni d’ambiente, d’attesa, di relativa inerzia (fin troppo in certi passaggi, con una parte centrale un po’ stanca dopo l’ottima sezione iniziale). Il silenzio viene quindi spezzato da improvvise esplosioni di brutalità in cui si espone l’uomo nella sua natura animale, in cui si sublima il gesto ultimo per la sopravvivenza: la precarietà come caratteristica immanente dell’esistenza. […] Voto 6.8

Molto stringata la recensione di Davide Stanzione su Best Movie ma condividiamo la sua riflessione:

L’ambizione sconfinata insieme alla coraggiosissima sfida produttiva che il regista si è sobbarcato, segnano un importante tappa per il cinema italiano di genere, per un rinnovamento della nostra industria a lungo invocato ma quasi sempre rimandato. Un film con questo taglio, mitologico e violento, vigoroso e brutale ma non per questo estraneo a un’evidente vocazione riflessiva e filosofica, dimostra non solo che si può fare, ma anche che i margini per osare, al cospetto di certe imprese, sono ampi e percorribili.

E’ già chiaro che i concetti espressi su questo film si ripetono parecchio perciò abbiamo cercato di raccogliere i pareri di tutti diversificando le dichiarazioni. Passiamo ad Andrea Fornasiero ancora su Mymovies:

Un film d’autore epico, brutale e spettacolare, giustamente ambizioso, unico nel suo genere. […] Epica barbara, mito di fondazione e tragedia classica con tanto di hybris, tutto questo fa di Il primo Re un vero e proprio antipeplum, stilisticamente brutale ma al tempo stesso attento alla natura incontaminata dell’alba della civiltà. Il merito di Matteo Rovere va in buona parte condiviso con il magnifico lavoro di Daniele Ciprì alla fotografia con luce naturale.

Ciprì ha girato anche La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi: il David di Donatello 2020 è già prenotato? Approfondiamo ora con alcune delle parole per noi più condivisibili trovate sul web:

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L’imperativo categorico […] è “il realismo prima di tutto”: nel linguaggio, nei costumi, nelle location laziali (fra zone paludose, montagne rocciose e boschi mediterranei), nel fango con cui gli attori si sono sporcati e nell’interpretazione tanto dei sublimi protagonisti quanto dei non protagonisti, con le loro facce da gente vera segnate dalla fatica, talvolta da rughe profonde o da piccole deformità.

Il film di Matteo Rovere ha l’ottima idea di non prendere posizione sul sovrannaturale, di non mostrarlo né affermarne la presenza, non gli interessa proprio. Quel che gli interessa semmai è farci sentire come questa credenza esista intorno ai personaggi che ci credono, come li condizioni e condizioni le vite dei protagonisti loro malgrado.

Tuttavia se ogni singolo elemento del film è impeccabile e anzi stupisce per proprietà di linguaggio filmico in un genere che in Italia, semplicemente, non esiste, l’insieme non è altrettanto convincente. È soprattutto la maniera in cui interagiscono i due protagonisti, giustamente brutale, a non riuscire a raccontarci anche quel sentimento che invece è alla base del film (e che nelle prime scene è ben reso). Il Primo Re è tutto basato su un rapporto strettissimo tra fratelli di cui si parla molto ma che alla fine sentiamo poco.

E se all’inizio non è un problema, più la storia avanza più lo diventa, culminando in un finale che non ha nulla da raccogliere, cioè non ha un carico emotivo impostato lungo la storia da sublimare, e risulta piatto. Questo di certo non uccide una pellicola che i suoi meriti li guadagna soprattutto tecnicamente, ma le leva di certo molta potenza emotiva, afflosciandola lungo la seconda parte e facendola terminare con un ritmo più languido che eccitante, inevitabilmente sottotono visto quanto tutto quel che di buono ha messo sullo schermo faccia desiderare allo spettatore di amarla molto più di così.

Gabriele Niola su BadTaste

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Il punto focale è ormai chiaro perciò lasciamo che suoni ogni campana, se pur discordante:

Film che, seppur con qualche carenza strutturale nella scrittura dettate dalla velocità di alcuni interscambi narrativi e drammaturgici presenti in una timeline che oltrepassa la soglie delle due ore, può considerarsi in gran parte riuscito. […] La scrittura se ne è avvalsa per tratteggiare un percorso semplice e lineare, quello che ha portato due fratelli sino al punto di non ritorno. Forse è questa scarnificazione a non avere convinto una parte del pubblico e di addetti ai lavori, scelta che invece a nostro avviso ha reso più emotivo, catartico e realistico il racconto. A non funzionare perfettamente nell’ingranaggio è il respiro che si dà nell’alimentare e giustificare certe azioni commesse

Cineclandestino, Francesco Del Grosso Voto 7

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Scala, investimenti, coreografie, riprese (nonostante un certo abuso dei droni), inquadrature e fotografia ci restituiscono infatti un film al quale si potranno certo muovere degli appunti, ma che rimane un unicum. E non solo meramente per l’aspetto linguistico – come è facile notare sin dalle prime battute della lingua eufonica e primigenia ideata con l’aiuto di semiologi dell’Università di Roma – bensì per l’approccio a una materia insieme originale e adattata, da miti e fonti varie, in molti casi classiche. Delle quali Rovere, Manieri e Gravino hanno approfittato per creare un’epica molto più moderna di quel che potremmo pensare. Per il confronto umano, che va ben al di là della tradizionale conflittualità tra i due protagonisti – tormentati e costantemente mossi da obblighi morali e istintuali – e della loro crescita. O per il rapporto con un divino quasi animistico, pronto a esser piegato a esigenze sociali e bisogni primari, quando non apertamente sfidato e questionato. Soprattutto dal personaggio di Borghi, eccezionale nel rendere costantemente credibile il contesto generale, al netto di alcune sottolineature formali in parte superflue, considerato l’evolversi dell’intreccio e delle conseguenti scelte registiche.

Film.it , Mattia Pasquini

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Rovere riesce a dare concretezza alla sua visione con una messa in scena meticolosa, poderosa, che cala lo spettatore in un mondo perduto, alle porte delle nostre città contemporanee, in cui la natura stessa con le sue insidie si fa personaggio. Quello che il regista sembra però non riuscire a padroneggiare a sufficienza è il ritmo action che il film assume nei momenti salienti del racconto. Le battaglie sembrano sfuggirgli di mano, tanto che il suo occhio, concentrato sui mezzi a disposizione e sulle location incredibili, sembra distrarsi dai momenti cardine degli scontri, soprattutto nel finale.

Chiara Guida, Cinefilos

E ora dopo gli elogi una palese stroncatura:

Purtroppo Il Primo Re non riesce a coinvolgere e a emozionare, guarda e si rifà per l’uso della lingua – il proto latino sottotitolato in italiano – a La Passione di Cristo e Apocalypto, le opere più crude e estreme dirette da Mel Gibson, ma non ne possiede lo stesso impeto visivo e la medesima radicalità.

L’operazione portata avanti da Rovere e dai suoi collaboratori risulta assai fragile e pretenziosa, finendo per franare e rimanere schiacciata sotto il peso abnorme e smisurato delle proprie ambizioni. Invece di una trasposizione epica sulla leggenda di Romolo e Remo e la fondazione di Roma ad opera del primo, ne viene fuori un film goffo che sbaglia completamente i toni e il registro da utilizzare, capace suo malgrado di scivolare in più d’una occasione nel ridicolo involontario.

Finisce purtroppo per essere un “vorrei ma non posso” a cui auguriamo comunque un buon esito commerciale, considerando che potrebbe avere una discreta visibilità nei mercati internazionali, in grado di non scoraggiare i prossimi temerari che avranno l’ardire di proporre qualcosa di nuovo e di diverso al pubblico italiano.

Taxi Drivers, Boris Schumacher

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Cineblog e  Ondacinema  rimangono tiepidamente sulla sufficienza:

Per quanto ci s’impegni, è difficile staccarsi dal contesto entro il quale matura un film come Il primo re, diviso tra l’unicum che è quanto a sforzo produttivo in Italia ed i limiti altrettanto palesi del suo racconto.

Eppure già in quella prima parte, Remo e Romolo sballottati dalla corrente, mentre urtano con violenza, si tagliano, restano impigliati ed altro ancora, denota quanto non si sia ancora all’altezza di ambizioni che vanno altresì coltivate. C’è infatti un che di comico, assolutamente involontario, non solo nell’azione in sé bensì rispetto alla durata: dopo cinque frenetici minuti di quel tipo sembra di assistere a uno slapstick che sembra più un flipper, quasi fosse un film dei Coen, meno la consapevolezza del regista a due teste. Dopodiché Il primo re parte davvero e si capisce che qualcos’altro da dire ce l’ha, il film, nel prosieguo, si farà. Si farà, certo, ma non senza intoppi, compromessi, momenti di stanca dovuti essenzialmente a una scrittura che non regge il confronto con le lodevoli intenzioni. Vale comunque la pena provare? La risposta è un gigantesco sì. […] Il primo re non è un film d’azione, non uno d’avventura, non un film drammatico ma nemmeno uno tout court storico: è un po’ tutte queste cose messe insieme, il che già così complica le cose rispetto al grande pubblico.

Il ritmo, che mescola misure tipiche da mainstream consumato a scelte un pelo più arty, da cui una tenuta incostante, alla quale non contribuisce certo la durata.

Si lascia attraversare da una nota di soprannaturale della quale una storia del genere, intrisa di mitologia, effettivamente non può fare a meno. Il tutto condito con quel pizzico di gore, qualche passaggio più cruento, forte, del tutto in linea con ambienti ben più blasonati di quello entro il quale nasce e matura questo progetto.

Non abbastanza spinto per collocarsi, anche solo concettualmente, sullo stesso piano di un Valhalla Rising, ma nemmeno così smaccatamente ammiccante da dover coinvolgere per forza una significativa fetta di pubblico.

Peccato davvero, poi, che, a fronte di un soggetto così accattivante, il suo sviluppo lasci così tiepidi. La storia/leggenda dei fondatori di Roma Eterna ha in sé un fascino innegabile, il cui racconto così frastagliato, strutturalmente difettoso, finisce con il ridimensionare il tutto più del dovuto. L’esito è che i reali meriti de Il primo re vengano quasi in toto relegati alla cosiddetta production value, su cui davvero c’è poco da dire: su questo fronte il film di Rovere si pone quale punto d’approdo per il nostro cinema, territorio in cui nessun altro ha ancora messo piede.

Cineblog, Antonio Maria Abate Voto 6/10

Probabilmente le assonanze più evidenti sono con Apocalypto di cui per fortuna epura alcune scelte didascaliche e ridicole di scrittura.  Purtroppo, però, la mano di Rovere si ferma un attimo prima di raggiungere quella personalità e pur rubando alacremente com’è consueto fare, non gli riesce la mimesi, piuttosto una copia meno solida dell’originale. Alcune scelte, soprattutto nella trattazione della violenza, sembrano circolari, ripetizioni necessarie a farne un prodotto muscolare intrattenente e piuttosto scontato se non grottesco (i ralenti sulla furia di Remo, l’aruspice all’albero ferita).
Laddove l’occhio di Rovere vorrebbe coniare l’impressionismo malickiano, se non addirittura herzoghiano, decelerando l’avventura, il tentativo si frantuma presto in una trattazione soltanto abbozzata, non pienamente convinta. E i pochi tentativi di soddisfare lo sguardo (il volo d’aquila del drone) non trovano compiutezza espressiva, apparendo movimenti di macchina forzati, incastrati nel processo di montaggio.

Ondacinema, Diego Testa Voto 6/10

E ora interessante leggere qualche ripetitività appena letta per ribadire un’osservazione comune:

Tentativo non riuscito per intero, ma da difendere e sostenere.

Quattordici mesi di postproduzione, una prima parte di grande respiro e campi lunghi, poi una progressiva chiusura nell’inospitale foresta dove ad emergere sarà la figura di Remo, sfidato, temuto infine scelto dal gruppo come leader carismatico di una rivolta che a breve assumerà i connotati dell’impresa.

Lontano dall’epica nichilista di capolavori come Valhalla Rising, il film di Rovere si concede qualche riferimento pop (la vestale ricorda vagamente la Sacerdotessa Rossa del Trono di Spade) e qualche drone di troppo, non regge per intero le proprie ambizioni  […] ma resta comunque un tentativo, seppur vinto solamente in parte, che deve essere difeso e sostenuto. Perché il cinema italiano ha bisogno di prodotti di questo tipo, dove il coraggio della realizzazione si fonde con il talento dell’artigianato puro.

Valerio Sammarco su Cinematografo.it

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Nella costruzione del personaggio di Remo c’è tutto il reale display of power de Il Primo Re di Matteo Rovere: lo si intuiva già dall’abituale abilissima campagna di marketing targata Groenlandia, tutta incentrata su questo Alessandro Borghi animalesco, primordiale, epico. Ed effettivamente sulla fisicità nervosa e sulla recitazione impulsiva dell’attore italiano del momento il film fa reggere in pratica tutta la sua sfida di rilancio su di un immaginario internazionale e contemporaneo, legando l’icona del fondatore di Roma a modalità di messinscena non troppo lontane addirittura da slanci alla One Eye di Valhalla Rising (filtraggi e ralenti esasperati e progressivi con l’aumento della crudeltà del nostro).
In questo rimpallo tra la predestinazione inferma e immobilizzata di Romolo redivivo, e l’autoconvinzione cieca e furibonda di Remo unchained, sta forse la reale modernità del racconto di Rovere, in grado di dialogare con opere che in questi stessi anni stanno riflettendo con traiettorie simili sulla problematizzazione in atto della figura dell’eroe. Con il Revenant di Iñárritu come modello evidente ed esplicito di riferimento sia per lo scheletro narrativo (il reale protagonista per buona parte del film impossibilitato ad agire ma trascinato malvolentieri dal gruppo, con rovesciamento tardivo contro l’arcaica malvagità dell’opponente), che per l’apparato formale e visivo di un Daniele Ciprì mai così primitivo nei riflessi del fuoco sul buio circostante. Il risultato è a conti fatti il film paradossalmente meno libero di Matteo Rovere, quello in cui la consapevolezza del peso innegabile dell’operazione finisce per tenere a bada uno sguardo che ha sempre sorpreso in precedenza quando svelava una certa, rinfrancante, sincera scalmanatezza.

Sergio Sozzo, Sentieri Selvaggi

Prima di dare spazio alle testate più note ci ha entusiasmato cercare in rete più opinioni possibili:

Quella diretta da Matteo Rovere è un’opera anomala per il cinema italiano, dove a un potentissimo e brutale impatto visivo non corrisponde però una sceneggiatura all’altezza, incapace di creare interesse ed emozionare.

Ilcineocchio.it, Raffaele Picchio 

Ambizioso nella scelta delle immagini, indeciso tra aspirazione autoriale e riverberi di genere, il film è limitato soprattutto da una sceneggiatura tesa alla continua semplificazione, e da una voglia di epica sempre castrata.

Quinlan, Raffaele Meale

Non un film perfetto, ma coraggioso […] caratterizzato dalle ottime performance di Alessio Lapice e Alessandro Borghi e dalla splendida fotografia di Daniele Ciprì.

Cinematographe.it, Giulio Zoppello

 

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Siamo dentro un’avventura leggendaria di rara potenza cinematografica che cattura i sensi dello spettatore trascinandoci in un mondo antico totalmente italiano mai portato sul grande schermo con tale sensorialità e fedeltà al passato. […] Tesse una narrazione che intreccia sapientemente storia, leggenda e drammatizzazione cinematografica senza però concedersi licenze spettacolarizzanti. Anzi, spiazza l’essenzialità di questo film pur venendo attraversato da una moltitudine di elementi e letture possibili.

Fabrique Du Cinema, Francesco Di Brigida

Concludiamo con due popolari riviste cartacee e con i quotidiani che – a differenza di altri – hanno espresso un preciso parere sulla pellicola.

Il primo re è un capolavoro in quanto capostipite di un genere, una sorta di action storico, di film d’origine di due eroi che hanno l’ambizione di non arrendersi, di puntare sul loro legame fino alle estreme conseguenze. Contro gli dei, contro il destino. Il primo re è arte, tecnica – eccellenze in ogni comparto e si vede -, è scrittura di altissimo livello, è recitazione totale, è un cineasta che la sua sfida l’ha giocata senza fare catenaccio, a partire da quel protolatino che sembra una scelta naturale e inevitabile.

Boris Sollazzo, Ciak voto 4/5

Del film mi ha entusiasmato la concezione marziale: prima battaglia soprattutto a mani nude, nel campo dei guerrieri di Alba Longa, Romolo e Remo prigionieri; la seconda con le prime rudimentali armi (anche frecce però) o quelle rubate; da lì s’erge solenne Remo come capo, il ralenti ne sottolinea lo spessore bellico. Infine, l’ultima battaglia prima della fondazione, quella del “ne resterà soltanto uno”, secca e senza ralenti perché l’inesorabilità del sangue nasce dal dolore e non dall’epica. Nell’insieme queste figure (la sacerdotessa, i singoli guerrieri, gli stessi eroi) sono appunto mitiche, quasi pre-umane, da qui la possibile sensazione di scarsa empatia.

Mauro Gervasini, Film TV voto 7

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I critici di FilmTV e i loro pareri a volte contrastanti

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Finalmente un prodotto capace di coniugare epicità a rispetto della storicità, di suscitare orgoglio ed emozioni viscerali in ogni romano degno di tale nome, ma senza strafare. L’inizio e la fine de Il primo re di Matteo Rovere sono oggettivamente antologici, e saranno ricordati a lungo.

Il tempo, Gianluca Dodero

Un regista da ringraziare per l’uscita dai canoni anche se vien meno a volte la forza interiore, mancano nella punteggiatura drammatica ombre e mezzi toni: il suo è un goal non uno stile. […] Film fisico, di suoni, carne, ferite: ricorda il primo Pianeta delle scimmie, contrapposizione natura e civiltà. Forte coerenza nel lento cammino narrativo di un inconscio diventato forza di aggressione nella natura ostile, primordi dell’umanità.

Il corriere della sera, Maurizio Porro

Il primo re convince a metà: tanta tecnica e coraggio, ma poca epica. Borghi, e i sottotitoli, promossi con lode. […] Non per essere così caustici come il nostro collega Federico Pontiggia (“il film si rimpicciolisce, si ripete, e (si) stanca”), che comunque ha colto l’essenza di quello che ci pare un difetto del film, ma a Il Primo Re sembra mancare soprattutto un’epica riconoscibile, un palpito poetico organico oltre l’originalità della profusione tecnica e dell’esplorazione curiosa di un terreno storico cinematograficamente poco approfondito fino ad oggi. Dopo tre quarti d’ora di film, infatti, qualcosa s’inceppa. […] L’esempio di frullo a vuoto è la lunga, interminabile sequenza notturna nel villaggio appena conquistato. Un momento apparentemente robusto e carico di elementi significanti del testo, che però spezza il ritmo generale di un’opera che non sembrava fin lì fare a meno di sangue e violenza e che quindi si accontenta di un lungo ponte recitativo di parole che si fa improvvisamente pesante. […] Non aiuta comunque il rocambolesco capovolgimento di fronti, e soprattutto di forze, molto schematico, molto enfatico che arriva in conclusione dove, oltretutto, la regia di Rovere che fino a quel momento era stata agilmente e vigorosamente vicina ai corpi straziati in scena prende a mulinare incomprensibili oggettive aeree di droni che intervallano i primissimi piani di Remo e Romolo in una squilibrata chiusura di scena. Insomma nessuna bocciatura, ma nemmeno una promozione piena.

Il fatto quotidiano, Davide Turrini 

Non a caso abbiamo terminato con quest’ultima recensione di Davide Turrini, con la quale, insieme a quelle di Niola su BadTaste e Abate su Cineblog, si trova maggiormente d’accordo Il Sorpasso. Appare chiaro che la smodata ambizione di Rovere è stata tutto sommato ben calibrata dal punto di vista della rappresentazione, della scelta degli attori e della tecnica. Dal punto di vista narrativo, strutturale e tematico mostra i suoi lati deboli. Questo probabilmente è dovuto al fatto che l’oggetto filmico da padroneggiare non era così chiaro nemmeno a lui stesso, che, ricordiamolo, è al quarto film da regista ed è giovanissimo (ha appena compiuto 37 anni). La rivolta di Spartacus e alcune suggestioni di Walter Hill e George Miller ci sembra che possano chiudere il quadro delle reference, che il regista insieme a tutte quelle citate avrà tenuto presente cercando di allontanarsene. Ma se il suo film è davvero un unicum, come poteva lui stesso essere così cosciente di ciò che stava girando? E siamo sicuri che sia un unicum? Cosa rappresentavano nel panorama cinematografico Apocalipse now o Il mestiere delle armi?  Per questo stiamo dalla parte di chi sottolinea, da spettatore, l’insoddisfacente fluire del film ma contemporaneamente siamo stupefatti dal lavoro di quest’uomo. Non sarebbe stato facile per nessuno portare a casa uno di quei film che potesse accontentare chiunque e il fatto è che di certo non era nemmeno quel che interessava all’autore. Matteo Rovere voleva fare il suo film e per fare ciò è andato contro tutto e tutti; contro il sistema produttivo precedente e soprattutto contro il pubblico: la violenza mostrata esplicitamente (quasi gore, come dice  Abate) sembra troppa per coloro che cercavano il fascino primordiale, leggendario, filosofico di questa epopea e per chi soprattutto non ne sentiva il bisogno (pur mettendo in conto una certa dose di brutalità). Chi si aspettava invece una sorta di avventura di supereroi ambientata prima di Cristo non ha trovato uno spettacolo action puro, avvincente fino in fondo, non all’altezza nella seconda parte. Il target di pubblico è dunque un ibrido e forse questa può essere la vera novità per gli spettatori degli anni a venire, che probabilmente avranno visto più videogiochi che film d’autore di 50 anni fa. Per cui ci piacerebbe chiedere la conferma al regista se questa strana forma filmica è stata voluta pur sapendo che sarebbe stata rischiosa. E dunque non si torna al discorso di partenza? Che cos’è Il primo re, un peplum in cui gli schiavi si rivoltano? Un action con effetti speciali strabilianti? Un film epico e cupo illuminato realisticamente solo dalle fiamme? Un survival movie d’avventura in cui “ne rimarrà solo uno”? Sarà per questo che non potendo codificarlo ci sfugge, perché non ne siamo abituati… Se invece non fosse così ci auguriamo per il futuro che l’Herzog di Aguirre e Fitzcarraldo si imposessi di Rovere, completando la metamorfosi del suo cuore da nerd in un cuore di tenebra.

Nell’attesa di una seconda visione (come Roberto Recchioni) promuoviamo Il primo re con un 7.5 , consapevoli che non sarebbe mai potuto essere un film da 10. Forse, se gli equilibri degli immensi sforzi fatti fossero stati concettualmente più armoniosi si sarebbe potuti arrivare ad un bel 9. L’impegno e l’ambizione sono ciò che contraddistinguono davvero questa operazione inedita per l’ Italia.

Il Sorpasso

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