Romanzo di formazione in nero, La paranza dei bambini (titolo internazionale Piranhas) si riappropria pienamente del neorealismo dei nostri Rossellini e De Sica – dal quale hanno “saccheggiato” stile e tematiche i maggiori autori europei,  favoriti negli ultimi decenni dalla rivoluzione digitale – e aggiorna all’anno 2018 i film di mafia e i gangsters movies di Martin Scorsese, come aveva indicato dieci anni fa sempre Saviano con Garrone. Il film si può definire un capolavoro moderno – una volta tanto si può concedere questo tewrmine – e fortunatamente non c’è rischio di scambiarlo per uno “spin-off” della serie Gomorra.

La-Paranza-dei-Bambini-immagine

Quali sono i capolavori del mondo moderno, in cui persino il Cinema ha perso la sua enorme forza di suggestione, espressiva e comunicativa, sotto il bombardamento continuo ed infinito di immagini e video? I motivi per cui possiamo gridare al “capolavoro” sono diversi, oltre a quelli già citati. Innanzitutto il modo in cui la storia viene narrata è esemplare, è qualcosa di profondamente legato al nostro paese e ai suoi racconti, dai tempi del primo Visconti (che prendeva le mosse da Giovanni Verga) a quelli di Pasolini; è un patrimonio che i nostri autori dovrebbero tenere sempre presente sondando anche nelle pieghe del “genere”,  con uno sguardo che sembra ormai appartenere a tanti registi europei: col pedinamento zavattiniano di Rosetta (1999) i Dardenne si portarono a casa la prima delle loro due Palme d’oro…senza stare qui a citare l’interminabile elenco dei discepoli dell’ italian style dal 1945 a oggi. Uno stile che Scorsese, da Mean Streets (1973) ai suoi film più celebri, ha reso un suo marchio di fabbrica ma che dopo Gomorra (2008) di Matteo Garrone è ritornato a casa propria, ad essere “inimitabile” Made in Italy: chi può raccontare la criminalità organizzata meglio di noi? Il passo successivo è la connotazione inconfondibile dell’ oggi, che lo slega di anni luce dai film del passato grazie a scene realistiche imprescindibili dall’epoca del web e dei social: i selfie con i figli dei camorristi e le foto con gli smartphone alle pistole, fino al tutorial su YouTube per imparare ad utilizzare una mitraglietta M12.

 

Lo stile utilizzato è dunque l’unico possibile, rifuggendo da tragedie shakespeariane post-moderne, da spettacolarizzazioni (in questo caso nocive) tipiche di Hollywood, astrazioni e sospensioni in voga in Europa, estetizzazioni orientali della violenza, epiche tarantiniane della messa in scena; gli autori si servono dell’esatto contrario: la sottrazione. Claudio Giovannesi (classe ’78) era il regista perfetto per l’operazione, ci ha raccontato più o meno con questo stile il disagio giovanile nelle carceri in Fiore (2016) oltre ad aver diretto alcuni episodi della serie Gomorra: questo film lo spedisce di diritto tra i maggiori registi italiani della sua generazione, quelli da tenere d’occhio per il domani e che fino a ieri erano ancora  la tipica “promessa”. Il compito de La paranza dei bambini non è quello di dire qualcosa di nuovo, ma di dire le cose come stanno. Ciò che ancora mancava era la nuova generazione, un racconto concentrato esclusivamente su bambini, ragazzine e adolescenti della Napoli-Italia-Mondo di oggi, che materializzano tramite una pistola (prima finta poi vera) l’esplodere dei colpi alla Playstation, che partecipano a Miss Vesuvio se sono graziose e se non hanno talenti calcistici e non sono portati per fare i cantanti pop / neomelodici non possono far altro che regalare alla malavita i loro sogni di un futuro migliore, a partire dal denaro in tasca per comprarsi vestiti di marca e poter apparire, sentirsi qualcuno seppur per breve tempo. E così poter esistere prima di morire, dietro qualche angolo, nel mezzo della via. Ai tempi di oggi, tra le colonne della cronaca e della politica, non c’è racconto più urgente di quello che possa dare sostegno alle generazioni a venire e di colmarne i vuoti, niente è necessario come proteggere l’innocenza dei figli di questo nuovo mondo. Il volto di Nicola, i suoi occhi, il suo modo di reagire alla vita (l’incredibile Francesco Di Napoli, quindicenne raccolto dai casting in strada che diffidava del fatto che potesse accadergli una fortuna del genere) rimane con noi anche nei giorni successivi alla visione del film, un film sull’adolescenza 2.0, quella che non si riesce a comprendere, figuriamoci a raccontare, che si tratti di vite di periferia parigina o di Città del Messico non fa differenza.

photo

L’arma, la pistola, è la bacchetta magica per realizzare questi sogni di cui si parlava e Roberto Saviano (il libro omonimo edito da Feltrinelli nel 2016) ci mette sotto il naso quanto possa essere facile anche per un ragazzino procurarsene una. Il film è un libro già scritto, più che mai, che ci mostra con abilità quel che sappiamo o che possiamo intuire e nell’attimo in cui ci mancano le risposte ci fornisce gli strumenti per riflettere: “Ma certo, è così, non può essere in altro modo”. Questo fa perdonare anche un finale un po’ prevedibile e come sempre più spesso accade aperto, tronco (dopo che un testimone è passato di mano in mano) ma che – tornando al discorso della sottrazione operata sulla magistrale sceneggiatura – non potrebbe essere altrimenti. Alcune dinamiche fanno persino sorridere o ridere per quanto mostrano la realtà-surreale (Gallipoli come El Dorado) di questa perdita dell’innocenza. E bisogna smetterla di pensare che questo genere di film presentano al mondo una Napoli pessima (tra l’altro la città è efficacemente in-visibile), che noi stessi non vogliamo vedere (continuando a parlare di politica e società sui soliti quattro argomenti in croce) e che addirittura queste pellicole portano alla mitizzazione del crimine e all’emulazione giovanile. Non è questo il caso. Le paranze sono composte da “dead children walking”, chiamiamoli così, e il senso di angoscia dell’aver intrapreso una ripugnante cattiva strada cresce davanti ai nostri occhi e a quelli dei personaggi, anche quello di Letizia, la ragazzina che ingenuamente subisce il fascino di un criminale come fosse quello dello sportivo o dell’artista. Gli stessi attori, che in conferenza stampa a Berlino hanno ribadito più volte che quel modo di pensare è inconfutabilmente errato, sono un esempio per i loro coetanei. I personaggi mostrano con chiarezza che bisogna starne alla larga in quanto finiscono per sacrificare persino amori e grandi amicizie.  La paura che incute la “bacchetta magica” li illude di essere forti e che sia l’arma vincente ma non c’è speranza in questi vicoli bui, su questi motorini. Il protagonista Nicola paradossalmente ha più paura di una ceretta che di morire ammazzato e anche se compie azioni da criminale consumato è ancora il ragazzetto che litiga col fratellino che gli ruba le merendine.

Schermata 2019-02-12 alle 19.33.41

Dove c’è educazione si rinuncia alla violenza, dove c’è vuoto di cultura c’è violenza. E in un dibattito che si vuole costruttivo non si dovrebbe parlare mai di emulazione, di violenza vista e quindi riprodotta. E non se ne dovrebbe parlare non perché l’emulazione non esista ma perché la censura non è la soluzione. Sapete cosa significa censurare? Significa dire questo: “Dal momento che riteniamo una parte di voi incapace di discernere cosa sia bene e cosa non lo sia, meglio che non abbiate accesso a determinati contenuti. Se vedrete prostitute in televisione inizierete a prostituirvi, se vedrete criminali al cinema commetterete dei crimini. Non dovete sapere, non dovete vedere, non dovete conoscere. Vi devono mancare gli strumenti, perché quando vi vengono dati li userete male.” Ma chi sono i censori per decidere cosa mostrare e cosa vietare? Chi sono i censori per sapere preventivamente quali effetti produrrà la censura?

Roberto Saviano

Il film non molla un momento lo spettatore. Diverse le scene ben riuscite, a livello narrativo è fondamentale il momento in cui la madre lascia la propria stanza, più ampia, al figlio Nicola e va lei a dormire col fratellino: è Nicola che porta a casa questi maledetti soldi, per cui è lui il capofamiglia, è lui che ne ha diritto. E così  passano in secondo piano i punti più deboli di un film che va visto, ad esempio l’iniziazione in veste di camerieri al solito matrimonio malavitoso (quantomeno poco trash) nel quale irrompe puntualmente la polizia.

Schermata 2019-02-12 alle 19.32.08

Roberto Saviano attraverso lo sguardo di Giovannesi, a sua volta con gli occhi dei suoi giovanissimi protagonisti, ci accompagna per mano a scrutare un inferno che nemmeno le vittime inconsapevoli scambiano davvero per paradiso ma che per alcuni di questi ragazzi – e accade anche in altre parti del mondo, non è un’esclusiva italiana! – sembra l’unica scelta possibile.  Il film è piaciuto alla critica del Festival: auguriamoci che da lla giuria di Berlino arrivi un segnale di attenzione (possono correre il rischio di farlo passare inosservato?) perché quella mostrata è la tipica realtà deforme alla quale non si vuole dare peso o possibilità di soluzione. Ma i giovanissimi sono essi stessi il futuro e quindi è proprio questo un cancro su cui puntare i riflettori per combatterlo: le istituzioni, le associazioni che si occupano di minori, chiunque abbia a cuore i diritti umani deve impedire la mattanza dei ragazzini. Anziché chiudere gli occhi o rivolgerli ad altri “problemi” che leggiamo ogni giorno su giornali e social network. Il cinema  a volte può tornare ad essere il più potente strumento di comunicazione di massa. Che questo sia un capolavoro o per lo meno un buon film decidetelo voi.

 

D.M.

Cast tecnico/ artistico: IMDB
Sostieni IL SORPASSO su FACEBOOK e INSTAGRAM