Pippo Mezzapesa, Sergio Rubini e il direttore della fotografia Giorgio Giannoccaro regalano alla 75esima Mostra di Venezia una delle migliori opere italiane dell’anno. Coadiuvato da un prezioso script elaborato con la fidata Antonella Gaeta e con Massimo De Angelis, il regista, al suo secondo film di finzione dopo apprezzati corti e docufiction (tra i quali il gioiellino Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate) e l’esordio incerto nel 2011 con Il paese delle spose infelici, raggiunge il suo principale obiettivo: emozionare la platea con una storia realistica che pur non avendo elementi fantastici sprigiona qualcosa di magico. Il soggetto è vincente e non così distante dalla storia che gli ha dato notorietà proprio a Venezia dieci anni fa, il citato Pinuccio Lovero (che appare qui in un cameo/tributo), la storia di un custode di cimitero di un paese pugliese piccolo e desolato in cui gli abitanti non muoiono più, rischiando di far perdere senso al ruolo del protagonista. Qui invece gli abitanti sono spariti (un cimitero allegorico) poiché il paese, Provvidenza, è stato distrutto da un terremoto. Essi continuano a rivivere proprio grazie a Elia (Sergio Rubini) un “ultimo uomo sulla terra”, anch’egli “custode” poiché cerca ancora sul posto indizi e tracce di esistenza che conserva, come ad esempio un paio di occhiali (uno strumento per vedere meglio, più di quanto è possibile). L’uomo persiste a non abbandonare la sua terra, le sue radici, un luogo deserto più di quello di Pinuccio (le cui gesta hanno avuto un seguito “politico” nel 2012 in Pinuccio Lovero – Yes I Can). Tra le macerie della civiltà Elia percepisce una presenza umana e come in una storia di fantasmi ci fa vivere momenti di suspense e persino uno spavento. Egli non è certo che la sue sensazioni siano reali poiché non ha ancora elaborato (catastrofe nella catastrofe) il lutto della perdita della moglie, Maria, la sorella del sindaco, il quale vuole farlo sgomberare per farlo rinsavire, ritenendolo fuori di senno. Insieme a diversi temi che inspessiscono il valore dell’opera (il senso civico e sociale della storia, la solidarietà per i rifugiati, l’emigrazione degli italiani, l’abbandono) c’è anche la presa di coscienza, amara e ineluttabile, che nulla torna più indietro una volta consumato, perduto o semplicemente andato ma che il passato va assimilato, tramandato, tutelato.

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Mezzapesa ce la mette tutta per imporsi come un autore maiuscolo nel panorama nazionale proseguendo la sua personale, variegata poetica e inserendo ne Il bene mio elementi costanti delle sue opere: l’operosità e la morte (oltre Pinuccio Lovero nel trittico Produrre, consumare morire, SettanTA, La giornata), lo strumento musicale e la banda di paese, l’attenzione per la sua terra (il sud) e le sue tradizioni, la Madonna come figura femminile protettiva (qui è Noor, la siriana che si nasconde per poi apparire da dietro la statua sacra e difendere Elia, proprio nel momento in cui l’uomo ha perso la fede (nuziale). Ci sono persino il riferimento all’infanzia (i disegni) e al gioco del calcio raffigurato nella prima immagine del film, la piazza prima della sciagura. Per evitare di svelare troppi contenuti è sufficiente aggiungere un ultimo merito: a seguito di un primo atto un po’ carente di ritmo il regista rinuncia alle più facili e accomodanti soluzioni e svolte a favore di un terzo atto ben più intenso e tenero, paradossalmente conciliatorio in senso spirituale e metaforico.

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La riuscita del film, come anticipato in primis, è dovuta principalmente a Mezzapesa e Gaeta per la “scrittura registica”, all’esperienza umana (perciò di sceneggiatore/regista/attore) dell’inossidabile Sergio Rubini (mancava da un po’ una sua prova attoriale a questo livello e il personaggio di Elia gliel’ha offerta) e dalla fotografia del promettente Giannoccaro (era al Lido anche per il cortometraggio Il mondiale in piazza di Vito Palmieri vincitore  di MigrArti), con immagini/tracce pregne di significati e simboli tra cui la sostituzione (la citata sequenza di apertura del prima e dopo, l’apparizione di Maria nel letto e i cambi di fuoco a luce intermittente sulle impronte, segni che indicano sia presenza che assenza).

 

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