Suspiria, il “remake apocrifo” del capolavoro di Dario Argento. Che dice la sua.

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Dal 2010 si parla di una nuova trasposizione del cult mondiale Suspiria, scritto da Daria Nicolodi e Dario Argento e portato sullo schermo da quest’ultimo con l’eccezionale fotografia di Luciano Tovoli nel 1977. Dopo tanta attesa il momento è arrivato per tutti, la curiosità è enorme (se n’è parlato come uno dei film più attesi della nuova stagione cinematografica) e i due trailer che hanno anticipato la visione festivaliera (Venezia 75, a inizio settembre) sono riusciti ad aumentare il mistero sulla pellicola anziché svelare qualcosa. Purtroppo la versione di Guadagnino può deludere, sia come remake che come film a sé (dato che dell’originale mantiene giusto il titolo e pochi altri elementi). Il regista sembra aver voluto fare totalmente a modo suo senza preoccuparsi del tradimento delle aspettative del pubblico. Forse è troppo presto per dirlo perchè è un film che va fatto  sedimentare? A pensarci bene il film di Argento quando uscì, successivamente a Profondo Rosso, deluse i puristi del giallo argentiano al punto che ci fu il caso della scritta sul muro accanto ad un cinema che rivelava l’identità dell’assassino (anche se è molto riduttivo e fuori contesto pensare a Suspiria come un “whodunit”). Il film diventò presto un’opera venerata nel mondo, ad esempio in Giappone…che succeda così anche con questo remake? Il film ha già diviso sia critica che pubblico, gli entusiasti e i delusi.

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Prima di tutto il regista Luca Guadagnino sposta la location da Friburgo a Berlino e poi aggiunge troppa carne al fuoco: il contesto terroristico dell’ “autunno tedesco” del ’77 con la RAF (o Banda Baader Meinhof ), il passato di Susie (Dakota Johnson) nella comunità Amish, un professore in possesso del diario di una studentessa di danza in delirio e la scomparsa di sua moglie ai tempi della guerra. Francamente non se ne sentiva proprio la necessità e tutto ciò (a parte il diario, estirpato da Inferno, il secondo capitolo della trilogia delle madri argentiane) non aggiunge nulla alla storia. L’atmosfera è quel che conta di più: la pioggia costante e la neve, l’assenza di luce e i colori ambrati, le scenografie, gli arredamenti, l’oggettistica e gli specchi, i volti delle attrici (avere come “musa” Tilda Swinton e impiegarla come “strega” veniva da sè), i movimenti di camera e i dettagli, le due sequenze oniriche con montaggio serrato e la colonna sonora composta dal leader dei Radiohead. Ma persino il lavoro di Thom Yorke non è così convincente: dopo un brano cantato nella prima parte la musica passa in secondo piano per poi tornare più dominante ma senza un motivo portante riconoscibile, a differenza della soundtrack originale dei Goblin il cui confronto fa impallidire addirittura uno dei più talentuosi musicisti del terzo millennio. Non è necessariamente un paragone, è  un dato di fatto.

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Diviso in 6 atti e un epilogo il film avvolge nella prima mezz’ora, arrivando al suo culmine con la scena migliore, quella del primo omicidio, che pur prendendo subito le distanze da quella indimenticabile del capolavoro dell’horror colpisce anch’essa nel segno. Il film tesse fili e semina suggestioni, sia con i dialoghi che con immagini e accadimenti ma finisce per prendere una piega diretta, esplicita e sfacciatamente sanguinosa laddove fino a poco prima c’erano mistero e suggestione psicologica. Non convince come finale adatto alla forma di narrazione che stavamo seguendo. La traccia più importante che il regista sembra seguire è quella della figura della madre, quasi in parallelismo estremo con l’ultimo lavoro di Aronofsky (Mother!) dando alla sua opera come fulcro primario il movimento – il principio base della settima arte – e il corpo umano che lo compie; e si modella, contorce, spezza, trasforma, ricompone (proprio nella Mostra del Leone alla carriera a Cronenberg). Onestamente, tolto il contesto della scuola di danza e l’aurea stregonesca che lo ammanta, se il film avesse avuto un altro titolo non avrebbe riscosso questa grande attenzione (se non per il successo di Chiamami col tuo nome) e probabilmente nemmeno Dario Argento avrebbe lamentato un plagio.
Il cinema di Guadagnino, che comprende Melissa P. e Io sono l’amore, è ancora fuori controllo. Nuovamente un contesto poliglotta (da vedere in originale: si parla inglese e tedesco ma anche francese) come quello di Call me by your name ma se in quest’ultimo l’autore padroneggiava l’atmosfera estiva anni 80 e i sentimenti tra i due protagonisti che sfociavano nella commozione, con il thriller paranormale (ma possiamo dire propriamente un horror) non si destreggia in egual misura: il film non fa paura. Ad un certo punto udiamo questa frase:

“Il delirio è una menzogna che dice la verità”.

La verità, in questo delirio, è che la nuova ballerina che subentra a quella “fuggita” non inquieta nemmeno lontanamente nè quanto il film a cui si ispira ma neppure rispetto al guardiano dell’hotel che prende il posto di quello impazzito precedentemente (Shining) o all’inquilino del terzo piano che sostituisce colui che ci abitava prima e diventa folle a sua volta. E anche la presenza di Jessica Harper a richiamare il classico dei Settanta risulta un po’ appiccicata. Peccato. Un film con alti e bassi, non per tutti ma da vedere. Profanato ormai un capostipite del genere ci auguriamo a questo punto che ci riprovi un altro regista, magari per il cinquantennale.

 

Ma cosa ne pensa Dario Argento?

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Dario Argento con Luciano Tovoli sul set di Suspiria

Interrogato da Dagospia il regista romano ha risposto così:

«È un film alla Guadagnino, fine, delicato, pieno di riferimenti, ma non c’ è ombra dello spirito del vecchio. Manca la forza, la ferocia, e mancano anche le invenzioni nelle riprese».

Fa molta meno paura del suo. Come mai?

«Sì, non fa per niente paura, sempre per la stessa ragione. Perché non c’è quella carica, quel senso di sfogo. È un film di Guadagnino».

Secondo lei c’era bisogno di un remake?

«Secondo me no, ma per Guagadagnino sì, era una necessità. Mi ha spiegato lui stesso che era sempre stata una sua fissazione, che da quando ha visto il mio film, a 14 anni, ha desiderato rifarlo. A mio parere è venuta fuori una cosa troppo intellettuale, ma alla fine ognuno fa il suo film»

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Il primo omicidio nel film del 1977