Mario Martone torna alla Mostra di Venezia con il suo ottavo film e mezzo – calcolando come due quarti gli episodi dei film collettivi Miracoli (1994) e I vesuviani (1997) – e firma con Capri-Revolution la sua opera più concettuale. Non è facile assimilare velocemente quest’ultimo suo film, che continua a raccontare l’Italia dei secoli scorsi e i suoi ribelli/rivoluzionari, dopo Noi credevamo (2010) e Il giovane favoloso (2014). Le vicende si svolgono a Capri (ma il film è girato anche in Cilento) proprio alla vigilia della guerra, nel 1914, in epoca di enormi cambiamenti rappresentati “simbolicamente” anche dall’avveniristica comparsa della prima illuminazione pubblica sull’isola.

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Il regista si è ispirato alla storia vera dell’artista Karl Diefenbach, vissuto a Capri tra il 1900 e il 1913 e a Joseph Beuys, pittore di riferimento degli ambientalisti, costruendo una sorta di triangolo amoroso tra il guru fascinoso Seybu (Reinout Scholten Van Ashat) e il luminare Carlo (Antonio Folletto, il quale perde lo scontro attoriale) impegnati nella difesa dei loro rispettivi credo, lo spiritualismo e il materialismo. Al centro la donna, vera protagonista, Marianna Fontana (Lucia, che significa “luminosa”), di una bellezza semplice e pura. Da menzionare anche Donatella Finocchiaro calata perfettamente nel ruolo della madre. Di contrapposizioni e parallelismi il film è saturo e traboccante e non si capisce come, in modo strabiliante, Mario Martone riesca a cuocere a puntino tutta questa carne al fuoco (a differenza purtroppo del bruciacchiato Suspiria veneziano di Guadagnino). Nonostante i ben sei premi collaterali vinti, non tutta la critica l’ha assaporata con lo stesso gusto ma la Carne (nuda come la Roccia) è uno dei tanti elementi in equilibrio sul Fuoco (e su Terra, Aria e Acqua). Con i suoi quattro elementi regna suprema la Natura, tra Luce e Tenebra, tra Fauna e Uomo (anche come Corpo umano) resa suggestiva e intrigante dalla fotografia di D’Attanasio, dalla scenografia ambientale delle locations ma anche dell’ipnotica musica di Apparat, alla seconda collaborazione con il regista. Nella pellicola si fondono anche anima e corpo, tradizione e innovazione, fede contro scienza (in particolare la medicina) a sua volta contrapposta all’arte (su tutte il teatro-danza), i concetti di libertà e xenofobia, il racconto di formazione e l’emancipazione femminile. Sono tanti gli elementi portanti in questo magma ammaliante che Martone padroneggia da vero intellettuale come pochi in Italia; in modo informe ma compatto si stagliano sullo schermo i corpi nudi di donne e uomini che si muovono ricordano il dipinto di Matisse, La danza. Le numerose componenti elencate si armonizzano tra loro (e se l’arte è armonia tra uomo e natura Martone ha girato un vero film d’arte) perché la linea narrativa principale paradossalmente è semplice ed esile: il “viaggio” iniziatico di una giovane analfabeta che cambia la sua vita (inevitabilmente destinata al matrimonio con un signorotto o al pascolo delle capre) per merito di un gruppo di spiriti liberi arrivati sull’isola dall’Europa del nord. Prigioniera della famiglia, dell’isola e delle convenzioni sociali dell’epoca la ragazza si fa Donna emancipandosi, acculturandosi e trovando la sua strada lastricata di libertà grazie ad un Hippy ante litteram. Mario Martone anche questa volta si serve del passato per parlare del presente ponendosi ideologicamente (e politicamente) né in una né nell’altra fazione: la direzione giusta si trova (forse) nel mezzo ma quale sia non è consentito dirlo.

Anche per questo motivo, insieme a L’odore del sangue (2004), Capri-Revolution è il film più rischioso del regista napoletano – dichiaratamente libero, ostico ed audace tra escrementi di capra e pube in bella vista – in quanto non per tutti i gusti. Ma il fascino intellettuale ed estetico dell’opera in concorso a Venezia credo sia indubbio, gestita da Martone con stile spericolato tra Rossellini e Tarkovsky.

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